La città è di tutti

ECOLOGIA

Un viaggio tra ecologia, sociologia e linguaggio attraverso la lettura del libro di Elena Granata. Condivido alcuni temi e riflessioni a partire dalla domanda: le città sono davvero di tutti e per tutti?

La città è di tutti: il libro di Elena Granata

Quest’estate ho letto l’ultimo libro della professoressa Elena Granata: La città è di tutti. Ciò che ha valore non ha prezzo. La città è gratuita o non è una città.
Il suo modo di scrivere e di raccontare mi è piaciuto molto; dato che non ho letto altri suoi libri precedenti, mi sono già segnata alcuni titoli. La città è (e sarà) il luogo più abitato nel presente e nel futuro. Secondo le stime dell’ONU, oggi circa il 55% della popolazione mondiale vive nelle città. Le previsioni per il futuro, al 2050, dicono che questa percentuale salirà a circa il 70%, cioè 7 persone su 10 abiteranno in una città.

Ma le città sono pronte ad accogliere tutte queste persone? E le città sono davvero per tutti? Il libro di Elena Granata affronta un tema interessante: quanto la città è equa? Quante cose e possibilità sono gratuite nelle città? Quanto i diritti umani e della natura sono rispettati e aperti ad ogni persona? Mi sono segnata in grassetto i titoli dei diversi capitoli insieme ad alcune riflessioni e li condivido con te che mi stai leggendo. Ho trovato questo libro in linea con EcoConnessioni perché mi ha fatto scoprire e riscoprire termini legati alla città sui quali riflettere e da mettere in atto.

La città è di tutti, il libro di Elena Granata

La città è di tutti, il libro di Elena Granata

La città è di tutti o non è una città

I luoghi gratuiti nelle città stanno scomparendo: una panchina all’ombra di un albero, la possibilità di fermarsi in un posto senza consumare nulla, ormai sono quasi inesistenti. Stare in un luogo senza pagare è sempre più difficile e complicato. Oggi, nelle città, sembra valere il motto: “se non consumi, non esisti”.

Complice la società moderna, ma anche i nostri comportamenti: l’incontrarsi per stare e fare cose senza pagare sembra ormai impossibile. Ci si incontra a bere un caffè, a pranzo o a cena, si va a visitare qualche luogo a pagamento, anche per andare in bagno si paga. La società ci ha spinto a pagare per stare e noi l’abbiamo seguita, per renderci conto solo ora che stare fermi a parlare, ascoltare, osservare è un diritto di tutti ed è gratis.

Vietare i divieti

Il divieto è ovunque, la libertà di essere e fare qualcosa è sempre più rara e introvabile. Ad esempio, il parco dovrebbe essere il centro della vita collettiva, soprattutto oggi con la crisi climatica e la necessità di trovare luoghi che siano dei rifugi climatici. Ma è davvero così? La città è davvero di tutti? L’accessibilità non è sempre garantita, le zone a pagamento come bar, ristoranti, ma anche le abitazioni, non sono più luoghi di condivisione ma di esclusione.

Abitare è diventato un diritto. Il diritto di abitare è diritto alla natura, alla salute, al silenzio, alla bellezza.
Una proposta interessante che si legge nel libro è quella di dedicare ai luoghi usi diversi in ore diverse, come la scuola fruibile da tutti nel pomeriggio-sera, oppure usi misti, come la biblioteca dove si può bere un caffè.

Bella di notte

L’importanza del buio, del sonno, dell’oscurità sono tanto fondamentali quanto rari. La luce artificiale è quasi la normalità a discapito della luce naturale. Una luce artificiale che è eccessiva nelle città e dannosa per la biodiversità e che ha un’impatto preoccupante sugli ecosistemi. La luce naturale regola i ritmi circadiani del giorno e della notte e la fisiologia di tutti gli esseri viventi. La luce artificiale confonde e disorienta gli animali e le persone. La regola dovrebbe essere: illuminare meno, illuminare meglio.

I nostri primi cinquemila giorni

Cinquemila giorni sono quelli dalla nascita di un individuo fino a circa 14 anni di età. Ecco una domanda che circola molto in questi anni, che la professoressa Granata ha captato alla perfezione insieme ad una possibile risposta innovativa: perché nascono meno bambini? Perché in giro se ne vedono sempre meno. È vero che c’entrano la società, le condizioni economiche, la precarietà del mondo, la mancanza di servizi e molto altro. Ma è anche vero che il vedere in giro meno bambini li esclude un po’ dalla quotidianità.

Nelle città molti luoghi sono off limits per i bambini. E si torna alla società dei divieti: i bambini non possono giocare nei cortili, non devono disturbare, a volte sono esclusi da alcuni luoghi come i ristoranti. Ma se in giro ci sono meno bambini, nasceranno meno bambini: “Generare è un atto di emulazione”, la conclusione di Elena Granata che spiega molto bene la nostra società attuale.

C’è vita nei tempi morti

Le città sono sempre più per persone veloci e frenetiche. Manca lo stare in risonanza con gli altri. Fare, guadagnare, sono importanti ma oggi sembra non esistere altro. Dobbiamo utilizzare e riempire anche i tempi morti, come le code alla cassa o dal medico, i viaggi sui mezzi pubblici, l’attesa nelle stazioni. Ci stiamo accorgendo di questa situazione insana e corriamo ai ripari.

Colpisce il fatto di trovare degli spazi chiamati “non luoghi”, quelli dove si aspetta o si passa velocemente, si consuma, ma non si creano rapporti e relazioni con le altre persone. Sono le sale di attesa delle stazioni e degli aeroporti, i centri commerciali.
Ma la città e le persone hanno bisogno di meno non luoghi e di più luoghi di condivisione, ascolto, vita comune.

Oltre la città-yoga

“Abbiamo separato la cura del corpo da quella dell’anima”

Una frase tanto vera, che mi ha colpito. Nel suo libro, Elena Granata ci racconta come la città di oggi, con i suoi ritmi frenetici e disumani, prima ci fa ammalare e poi ci cura, proponendoci lezioni di yoga. Nulla contro lo yoga e altre discipline, ma il punto è: così si perde l’azione a livello collettivo, tutto è proposto in maniera individuale.

L’approccio migliore è quello chiamato One Health, cioè prendersi cura degli spazi di cura, ad esempio attraverso i giardini terapeutici degli ospedali o i famosi Meggie’s Centres.

È importante muoversi, toccare, provare, agire. Va bene preoccuparsi della salute personale ma poi occorre passare a ciò che riguarda tutti: l’ambiente, la sanità pubblica, l’educazione collettiva. C’è meno cooperazione, partecipazione, collaborazione che invece è necessaria per affrontare le sfide attuali: transizione energetica, crisi climatica, sanità, istruzione. Nelle città si cercano spazi collettivi, di confronto, che spesso non esistono più.

Case a ore, città a tempo

Città come spazio dove abitare ma non accessibile a tutti: le abitazioni sono ridotte a bene di scambio.

“Diventiamo abitanti scontenti delle città e turisti felici nelle città degli altri”

Siamo sempre in un posto e contemporaneamente vorremmo essere altrove. La definizione di città viene data in base alla sua estensione e alla disposizione degli edifici ma “manca il riferimento alla vita delle persone e alla relazione tra persone e spazi e a ciò che lega le parti al tutto”. La città è un organismo vivo.

Camere con vista

La vista sul verde cura. Ce lo dimostrano, ad esempio, i giardini negli ospedali.

“La vista dall’interno è una soglia: mette in dialogo il corpo con il mondo, il privato con il pubblico”

Spesso la città è “senza vista”cioè non restituisce né profondità di campo, né bellezza. Leggendo La città è di tutti ho incontrato alcuni termini interessanti per creare nuove EcoConnessioni:

INDOOR GENERATION: urbanizzazione, digitalizzazione del lavoro, automazione domestica.

NEURO URBANISM: “studia come l’ambiente urbano influisce sul cervello umano, sulla cognizione e sulla salute mentale” per comprendere e progettare spazi che favoriscano il benessere e riducano lo stress.

HYDRO-URBANISM: approccio integrato alla pianificazione urbana e territoriale che mette al centro l’acqua come forza innovativa e generatrice del paesaggio.

Fondamentale è anche la Regola del 3-30-300 e la nuova concezione delle città spugna, le città viste come un organsimo vivo, capace di assorbire, trattenere e restituire acqua.

“Un modello tecnico ma anche visione politica, culturale e spirituale che restituisce spazio alla vita comune” (Kongjian Yu)
“Le Nature based Solutions” possono trasformare il rischio climatico in un’opportunità di rinascita urbana”. Assecondare l’acqua, lasciarla scorrere, come parte del paesaggio, perché è parte della città. La variabilità climatica sarà una condizione strutturale con le piene, le diverse stagioni, i cicli di umidità. L’accessibilità all’acqua deve essere garantita a tutti.

Nelle città spesso osserviamo che “La natura è stata ridotta a decoro. Natura e paesaggio sono solo estetica, l’etica è stata completamente dimenticata.” “La natura è un sistema vivente che reagisce, si adatta, si trasforma e talvolta si ribella”

Viviamo una cultura della disgiunzione: città o natura, lavoro o tempo libero, economia o bellezza. La città dev’essere con la natura dentro. “La vera forza risiede nella biodiversità e nel disordine apparente”. La diversità garantisce resilienza e vitalità.

La natura ci rende liberi

“Riconoscere i diritti della natura è un modo per provare a raccontare una storia diversa del mondo: la natura non è solo una macchina che deve funzionare ma qualcosa di vivo e vegeto”.

Ci sono interessanti esempi nel mondo, come il governo della Nuova Zelanda e il popolo Maori che hanno riconosciuto i diritti del fiume Whanganui. E qui incontriamo una altro termine interessante per il vocabolario delle EcoConnessioni:

GENTRIFICAZIONE ECOLOGICA: le politiche ambientali che promuovono il verde possono avere effetti non neutri.

Ad esempio, generano beni ambientali esclusivi, non accessibili a tutti, e creano aree di privilegio ambientale per le fasce più ricche
Le aree migliori della città, le più verdi e servite, sono le più costose.

SWIMMABLE CITIES (swimmable cities.org): principi per rendere le città balneabili.

Abbiamo smarrito il mare, anche il mare è diventato un bene di consumo.

“Recuperare il mare come spazio di vita e di senso significa ripensare la cittadinanza: tornare a vedere nella costa un bene collettivo, non un privilegio”

Come ha fatto Kongjan Yu realizzando il Sanya Mangrove Park, un grande parco urbano ecologico.

La città di nessuno

La città perde i suoi colori: tutto diventa bianco, grigio, nero. La città come un grande display, la natura come decoro.

“Siamo dissociati: desideri e realtà non coincidono”

Occorre immaginare e creare alternative possibili. Una nuova idea di città, una città che sia calda, mediterranea e biodiversa, ricca di bellezza e arte e di relazioni intrecciate. Abitare non è possedere ma appartenere ad un luogo e sentirsi parte di una comunità.

Oggi la città e in bilico tra due verbi:
ATTRARRE lavoro, giovani, denaro e
ACCOGLIERE prendersi cura, creare relazioni, offrire servizi.

Per concludere questo viaggio attraverso il libro La città è di tutti, un viaggio tra ecologia, psicologia e linguaggio, un termine nuovo per me ha catturato la mia attenzione e te lo propongo. Da oggi, voglio essere diventità.

DIVENTITÀ: essere vivente in divenire, siamo in divenire, siamo entità in continua trasformazione.

Siamo influenzati dal nostro passato, dalla cultura, dall’ambiente ma la nostra identità è plastica e dinamica e si rimodella continuamente. Anche la città è plastica, è un’entità in divenire (Termine utilizzato nel libro e da Vittorio Gallese e Ugo Morelli)

 

Ti ringrazio per il tuo interesse e per la voglia di conoscere e approfondire il mondo attorno a noi e un po’ anche quello dentro di noi. Ti aspetto le prossime settimane per creare insieme nuove EcoConnessioni.

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Sabrina Lorenzoni

Sabrina Lorenzoni

Biologa ambientale

Blogger e green content writer, mi occupo di comunicazione digitale e divulgazione scientifica nei settori ambiente e biosostenibilità.

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